Le luci di Kiev preoccupano la Cina

di M. K. Bhadrakumar

Il viaggio a Kiev del vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden rappresenta un “punto di svolta” nella crisi ucraina. Biden non è esattamente una figura popolare presso l’establishment moscovita, il quale lo associa alle infinite umiliazioni inflitte alla Russia dalle “trionfalistiche” politiche statunitensi che hanno contrassegnato l’era post-sovietica.

Il presidente Barack Obama ha affidato questa cruciale missione a Biden per segnalare a Mosca che gli americani stanno facendo sul serio. Biden, da parte sua, si è concesso alcuni secchi rimproveri destinati alla Russia.

Mosca ha captato il segnale ma non ha gradito il messaggio e non ha tardato a rispondere con una veemenza retorica che ricorda i toni della Guerra fredda, praticamente intimando agli Stati Uniti di farsi da parte. Mosca ha inoltre annunciato altre esercitazioni militari nelle regioni confinanti con l’Ucraina.

Sulla scia della visita di Biden, Kiev ha ripreso l’attività di repressione delle proteste pro-russe. L’accordo di Ginevra per la “de-escalation” è lettera morta. Il dialogo tra Mosca e Washington è ridotto al minimo e le due parti non sentono la necessità di parlarsi come hanno fatto di recente.

Ci stiamo pericolosamente avvicinando a un intervento militare russo nell’Ucraina orientale, e in un’intervista a Russia Today il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ricordato l’Ossezia meridionale, che nel 2008 ha proclamato la propria indipendenza sotto tutela russa. Anche Washington sembra pensare che Mosca abbia intrapreso una graduale avanzata dalla quale non intende lasciarsi distogliere. Naturalmente un intervento militare russo in Ucraina rappresenterà un grave scacco personale per Obama.

Ma la verità è che gli Stati Uniti non possono fare niente per sfidare sul terreno un intervento militare russo nell’Ucraina orientale.

Per quanto riguarda la cruciale questione della sicurezza energetica, la realtà è che ci vorranno 16 anni per modernizzare le infrastrutture energetiche del paese. Servirebbe un investimento di 234 miliardi di dollari per rendere l’Ucraina energeticamente autonoma. (Bloomberg.)

Ma per certi versi l’intervento russo favorirà Washington. Innanzitutto, l’indignazione che susciterà in Occidente permetterà a Obama di raccogliere a piene mani la solidarietà degli alleati europei, finora tiepidi sull’eventualità di isolare la Russia.

In secondo luogo, l’intervento russo fornirà a Washington il pretesto per posizionare truppe nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Martedì in Polonia sono già arrivate alcune centinaia di paracadutisti americani. Gli Stati Uniti non si lasceranno frenare dalle disposizioni dell’Atto fondatore concluso nel 1997 tra la NATO e la Russia.

In terzo luogo, per isolare Mosca Washington orchestrerà una campagna internazionale contro l’“aggressione” russa, sfruttando anche le paure ataviche delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale (in particolar modo il Kazakistan) che contano consistenti minoranze russe.

E infine, naturalmente, gli Stati Uniti potranno nuovamente dominare lo spazio euro-atlantico come ai tempi della Guerra fredda. La leadership transatlantica degli Stati Uniti è stata erosa negli ultimi due decenni, durante i quali Mosca ha costruito legami bilaterali reciprocamente vantaggiosi con i Paesi europei, soprattutto con la Germania, la Francia e l’Italia. Dal canto suo, Washington afferma che Mosca ha seminato la discordia tra le nazioni europee.

Ma la politica è fatta per due terzi di percezioni, e nel caso dell’Ucraina resta il fatto che Obama è risultato debole e inefficace. Per lui sul fronte della politica estera niente sembra andare per il verso giusto, con l’eccezione, forse, dei negoziati con l’Iran.

Obama non può non esserne consapevole. Ha una strategia? Di fatto ha stimato che nei restanti anni della sua presidenza non sarà possibile ricucire le relazioni personali ormai compromesse con Vladimir Putin o rimediare al clima di assoluta freddezza che sta calando sui rapporti tra Stati Uniti e Russia.

Questo, paradossalmente, lo rende anche libero di concedersi una prospettiva a lungo termine. E così Obama sta optando per la tesi preferita dell’establishment di Washington: le relazioni tra Stati Uniti e Russia non saranno stabili né affidabili finché la Russia non diventerà una democrazia liberale.

Come sottolinea la visita di Biden a Kiev, c’è dunque la tentazione di trasformare Kiev nella nuova Berlino Ovest sulla Vistola, con le luci sgargianti della democrazia che brillano mentre la Bielorussia e la Novorossija rimangono avvolte nelle tenebre.

Venerdì scorso, il ministro cinese della Pubblica sicurezza Guo Shengkun ha lanciato un monito contro lo spettro delle “rivoluzioni colorate” che potrebbe insidiare i paesi membri dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Ha ragione. Nelle notti più limpide le luci di Kiev potrebbero essere visibili anche dalle steppe dell’Asia Centrale.

Link: http://blogs.rediff.com/mkbhadrakumar/2014/04/24/neon-lights-of-kiev-haunt-china/

Il piano degli Stati Uniti per l’Ucraina: un’ipotesi

di The Saker, 23 aprile 2014

Oggi ascoltando le parole di Lavrov sono giunto alla conclusione che il regime di Kiev è sul punto di attaccare l’Ucraina orientale. Non si tratta solo di Lavrov. La rete russa è in stato di massimo allerta e piena di voci e speculazioni sull’attacco imminente. Sorgono dunque spontanee alcune domande:

1) Perché il regime di Kiev dovrebbe recedere apertamente dall’accordo di Ginevra?
2) Perché attaccare con così scarse probabilità di successo?
3) Perché attaccare sapendo che quasi certamente la Russia interverrebbe?
4) Perché dietro tutta questa strategia ci sono chiaramente gli Stati Uniti?

Vorrei proporre alla vostra attenzione la mia ipotesi.

Innanzitutto, il regime di Kiev sta venendo meno all’accordo di Ginevra perché non è in grado di mantenere la parola data. Ricordate: il regime è composto da una manciata di politici scelti dagli Stati Uniti e da alcuni oligarchi ucraini. Hanno i soldi, ma non il potere. Come potrebbero imporsi sugli elementi del Settore Destro, bene armati e pronti a tutto?

In secondo luogo, l’Ucraina orientale è persa in ogni caso. Pertanto, il regime di Kiev deve scegliere una di queste opzioni:

a) Lasciare che l’Ucraina orientale si stacchi mediante referendum e non fare niente.
b) Lasciare che l’Ucraina orientale si stacchi ma solo dopo una certa dose di scontri.
c) Lasciare che l’Ucraina orientale si stacchi in seguito a un intervento militare russo.

L’opzione ‘a’ è chiaramente la peggiore. L’opzione ‘b’ è così così. L’opzione ‘c’ invece è perfetta. Pensateci: sembrerà che la Russia abbia invaso l’Ucraina orientale e che la popolazione non avesse voce in capitolo. Il resto del paese ne risulterà compattato. La colpa della catastrofe economica verrà data alla Russia e le elezioni presidenziali del 25 maggio potranno essere cancellate invocando la “minaccia” russa. E non basta: una guerra – non importa quanto stupida – sarà il pretesto perfetto per l’introduzione della legge marziale, che permetterà di reprimere il Settore Destro o chiunque esprima punti di vista non grati al regime. È un vecchio trucco: scatena una guerra e la popolazione si stringerà compatta attorno al regime in carica. Crea il panico e la gente dimenticherà i veri problemi.

Anche gli Stati Uniti sanno benissimo che l’Ucraina orientale è persa. Senza la Crimea e le zone orientali, l’Ucraina vale zero. Ma allora perché non usarla per creare una nuova Guerra fredda, cioè qualcosa di ben più eccitante della “Guerra globale al terrore” o della vecchia e logora “Guerra contro la droga”. Se la Russia sarà costretta a intervenire militarmente, la NATO dovrà inviare rinforzi per “proteggere” Paesi come la Polonia o la Lettonia: metti che Putin decida di invadere tutta l’Unione Europea.

Morale della storia: il deforme regime di Kiev e gli Stati Uniti sanno di aver ormai perso l’Ucraina orientale, e lo scopo dell’attacco imminente non è “sconfiggere” gli insorti russofoni ma innescare una dose di violenza sufficiente a far sì che la Russia sia costretta a intervenire. Poiché l’Est è già dato per perso, è di gran lunga preferibile perderlo combattendo contro “orde di invasori russi” che cederlo alla popolazione civile.

Dunque l’imminente attacco non mira a vincere, ma a perdere. E almeno questo l’esercito ucraino sa farlo.

Due cose possono mandare all’aria questo piano:

1) L’esercito ucraino può rifiutarsi di obbedire a ordini così platealmente criminali (e di fronte all’eventualità di combattere contro la Russia alcuni ufficiali potrebbero avere un problema “morale”).
2) La resistenza locale potrebbe essere abbastanza forte da allungare i tempi dell’operazione, compromettendola.

L’ideale sarebbe una combinazione delle due.

Dal punto di vista russo, le cose sono piuttosto semplici: è infinitamente preferibile che l’Est si stacchi senza l’intervento russo. Se le forze ucraine fossero abbastanza folli da usare i mezzi blindati, l’artiglieria o l’aviazione, i russi potrebbero decidere di attaccare dal cielo senza inviare truppe di terra. Potrebbero usare i sistemi di guerra elettronica per alimentare il caos tra le forze d’attacco. Anche una serie di attacchi localizzati contribuirebbe a demoralizzare l’esercito ucraino. Quello che la Russia deve evitare a tutti i costi è di ritrovarsi coinvolta in operazioni offensive urbane, sempre cruente e pericolose. È dunque assolutamente essenziale che siano gli abitanti ad assumere il controllo di strade, villaggi e città.

Oggi Lavrov ha espresso un monito esplicito: se nell’Ucraina orientale la situazione finisce fuori controllo, la Russia interverrà. Si spera che a Ovest qualcuno finalmente capisca che i russi non bluffano mai. Non sono molto ottimista. Se Lavrov ha sentito la necessità di rilasciare un’intervista di 30 minuti in inglese nella quale ha paragonato la situazione dell’Ucraina a quella dell’Ossezia l’8 agosto 2008, è probabilmente perché i servizi segreti russi sanno che l’attacco è imminente.

Presto lo sapremo.

Link: http://vineyardsaker.blogspot.fr/2014/04/the-us-plan-for-ukraine-hypothesis.html

Crisi ucraina: Stati Uniti e Russia guadagnano tempo

di M. K. Bhadrakumar, Indian Punchline, 16 marzo 2014

Come ho già scritto in un post precedente, contrariamente a quanto si ricavava dallo scetticismo dei media sulla riuscita dell’incontro di cinque ore svoltosi giovedì scorso a Londra tra i ministri degli Esteri di Russia e Stati Uniti sulla crisi ucraina, i due diplomatici hanno seriamente aperto le trattative.

L’intesa raggiunta a Londra sembra essere questa: avanti con il referendum in Crimea, ma la Russia sospenderà la decisione sull’esito della consultazione mentre Mosca e Washington proseguiranno le consultazioni.

A loro volta, gli Stati Uniti e i loro alleati possono scegliere di sospendere qualsiasi sanzione contro la Russia che vada oltre le iniziative di facciata annunciate ieri.

Sabato il Segretario di Stato John Kerry ha telefonato al ministro degli Esteri Sergej Lavrov. E questo nonostante domenica fosse comunque previsto il referendum in Crimea e si sapesse che la stragrande maggioranza della popolazione avrebbe votato per entrare nella Federazione Russa.

È ragionevole ipotizzare che Kerry abbia informato il presidente Barack Obama sui colloqui di Londra e abbia poi ripreso il dialogo con Lavrov.

Il ministero degli Affari Esteri russo ha rivelato: “Lavrov e Kerry hanno acconsentito a proseguire i contatti per risolvere la situazione ucraina mediante il tempestivo avvio di una riforma costituzionale con la collaborazione della comunità internazionale in una forma accettabile per tutte le parti e nel rispetto degli interessi di tutte le regioni dell’Ucraina.”

È un grande passo avanti, e Obama aveva in precedenza accennato a questa idea. La soluzione potrebbe passare proprio attraverso una riforma costituzionale che rispetti gli interessi centrali e vitali della Russia.

Sembra che ci si stia orientando verso la creazione di basi costituzionali che impediscano al governo di Kiev di imporre decisioni che non sono accettabili per la Crimea o per altre regioni a maggioranza russa. In una società plurale e multiculturale come quella ucraina non può prevalere il maggioritarismo.

Il ministero degli Affari Esteri russo ha parlato di un ruolo della comunità mondiale “in una forma accettabile per tutte le parti”: significa che la Russia potrebbe essere direttamente coinvolta nel processo che condurrà alle riforme costituzionali in Ucraina.

La dichiarazione russa ha anche dato l’impressione che Washington sia sensibile alla profonda inquietudine suscitata a Mosca dall’ascesa dei gruppi ultranazionalisti ucraini.

Lavrov ha chiesto l’intervento di Washington presso le autorità di Kiev perché i gruppi estremisti vengano arginati, e Kerry ha apparentemente risposto che gli Stati Uniti si stavano muovendo e che la loro azione sarebbe stata efficace. Lavrov e Kerry hanno acconsentito a mantenere ulteriori “contatti di lavoro” sull’Ucraina.

Nel frattempo, le notizie da Kiev indicano che è stato consentito l’accesso alle basi e alle installazioni militari ucraine in Crimea per permettere il rifornimento del personale. Evidentemente, i ministri della Difesa di Russia e Ucraina sono entrati in contatto. Se è così, è un altro segno che le previsioni apocalittiche dei media in seguito ai colloqui di Londra e le recriminazioni retoriche si sono dimostrate infondate.

Link: http://blogs.rediff.com/mkbhadrakumar/2014/03/16/us-russia-kick-ukraine-can-down-the-road/

Il fantasma delle Forze armate ucraine

di Evgenij Požidaev, Regnum.ru, 12 marzo 2014

Alle porte della Crimea si ammassano le truppe e la solita retorica antirussa dei mezzi di informazione ucraini si trasforma in isteria. Il presidente ad interim Aleksandr Turčinov intende dichiarare una parziale mobilitazione. Nell’esercito sono improvvisamente comparsi “commissari” del Settore Destro e gli ultimi rimpasti ai vertici militari hanno rafforzato la posizione dei membri di Svoboda. Recentemente in Ucraina si è parlato di migliaia di carri armati e di un esercito di ottocentomila soldati che avrebbero spazzato via gli “invasori”. Si è parlato della NATO e perfino della Cina. Ieri però si è capito quanto queste rappresentazioni ucraine siano lontane dalla realtà. Man mano che si avvicinava allo scontro diretto con la Russia, la nuova “élite” ucraina si è accorta di non avere l’esercito su cui contava, e di questo ha riferito al Parlamento.

Le dichiarazioni erano venate di panico, e giustamente.

Ma vediamo la reale consistenza dell’esercito ucraino. Kiev ha ereditato dall’Unione Sovietica un’enorme massa di armamenti all’epoca relativamente moderni e gigantesche riserve di armi molto più vetuste accumulatesi in Ucraina praticamente dagli anni Quaranta. Tuttavia, nei 23 anni di indipendenza, una grandissima parte di questo patrimonio è stata venduta o si è deteriorata.

Alla metà degli anni Duemila il bilancio per le spese militari dell’Ucraina si aggirava sul miliardo di dollari ed eguagliava praticamente quello della Georgia alla vigilia della “guerra dei cinque giorni”. Negli ultimi anni ha raggiunto il miliardo e mezzo di dollari. In parole povere, per ogni singolo soldato Kiev spende 6-8 volte meno della Russia.

Qual è il risultato? Neanche il ministero della Difesa ucraino pare disporre di dati precisi sulla quantità e la qualità degli armamenti e delle tecnologie militari di cui il Paese dispone (le stime “approssimative” sembrano essere un tratto distintivo delle statistiche militari ucraine). In ogni caso, il quadro generale appare sufficientemente chiaro.

L’aviazione da combattimento è composta da 20 Su-27, dei quali sono in grado di volare 12 Su-27 e 3 Su-27 UB. Sono aerei piuttosto vecchi. I caccia Mig-29 sono formalmente 80, ma solo una ventina di essi si trova in stato di efficienza. Una parte significativa dei Mig è stata già persa a Bel’bek, dove sono stati requisiti 45 Mig e 4 L-39 da addestramento (gli ultimi di una serie di 38, ma di fatto solo 10 in stato di efficienza). L’aviazione pesante è costituita da 24 bombardieri tattici Su-24 (12 in stato di efficienza) e 36 aerei di attacco al suolo Su-25 (14 in stato di efficienza). Ogni pilota possiede una media annuale di 17 ore di volo, che diventano 40 nel caso dei reparti d’eccellenza (rispetto alle 110-130 ore di volo della Federazione Russa). Complessivamente, l’aeronautica ucraina potrebbe essere considerata forte nell’Africa subsahariana, ma in base a tutti gli altri standard risulta inadeguata (basti pensare che nella Federazione Russa i Su-27 superano le 200 unità).

La contraerea è composta da 30 batterie (270 missili) di S-300PS e S-300PT e 10 batterie (40 missili) di “Buk” 9К37. Ma sono sistemi vecchi, il loro ciclo di vita si è esaurito nel 2012-2013, la Federazione Russa non produce più i pezzi di ricambio, e solo un numero notevolmente inferiore di batterie si trova in stato di efficienza; è praticamente certo che la maggioranza degli S-300 si trovi in cattive condizioni. Parte dei “Buk” e degli S-300 è stata persa in Crimea. Apparentemente il sistema antiaereo dell’Ucraina si riduce a 3 batterie di S-300 in stato di efficienza che coprono Kiev, altrettante (ma non si sa in quali condizioni) che coprono L’viv, e una batteria che copre Dnepropetrovsk. A questi si aggiungono 30 missili “Buk”. L’immunità dei “Buk” ai disturbi è bassa, quella dei vecchi “300” è assai discutibile. Insomma, la contraerea di Kiev è scarsa e obsoleta.

Finora si pensava che le forze terrestri ucraine fossero costituite da 57.000 uomini. Ma dalle dichiarazioni dell’attuale ministro della Difesa Igor’ Tenjuch si è appreso che in realtà i soldati sono 41.000, di cui 6000 pronti a combattere. Le cifre hanno sorpreso perfino gli scettici più incalliti, per usare un eufemismo, i quali già sospettavano che l’esercito ucraino avesse qualcosa che non andava.

Ma il basso livello generale della capacità di combattimento della “macchina da guerra” ucraina non era ormai da tempo una novità. In media i reparti sono completi al 20-50 per cento. Appaiono fantomatiche anche le “migliaia di carri armati ucraini”: si ritiene (ed è una cifra generosa) che l’Ucraina disponga di 686 carri armati in stato di efficienza; una notevole quantità di materiale si trova in deposito. Si tratta per la stragrande maggioranza di T-64A/B/BV non modernizzati. Settantasei T-64BM “Bulat” e 10 T-84U “Oplot” possono essere considerati relativamente moderni. Solitamente le macchine non si trovano nelle migliori condizioni tecniche. Il livello di preparazione dei carristi è basso. Inoltre, diversamente dal T-72, il T-64 è un carro armato piuttosto “capriccioso” e complicato. Le truppe carriste soffrono di gravi problemi logistici: secondo alcune fonti, circa l’80% dei portacarri è guasto. Infine, la struttura stessa delle unità militari ucraine non è ottimale.

L’artiglieria ucraina è numerosa e relativamente in grado di combattere; dispone di più di cento lanciarazzi multipli di grosso calibro; negli ultimi tempi gli artiglieri si sono sottoposti a un addestramento intensivo, “recuperando” vecchie scorte di munizioni.

Nel complesso si ha però l’impressione che il grosso delle truppe di terra ucraine sia scarsamente pronto al servizio militare attivo.

La “mobilitazione parziale”, anche in caso di successo, non correggerà la situazione ma esaspererà i problemi relativi alla logistica, l’approvvigionamento e la gestione.

Gli “elementi” più preparati (almeno in teoria) dell’esercito ucraino sono i 6000 soldati delle truppe aviotrasportate e i 600 soldati della fanteria di marina, attualmente schierati in Crimea (la loro tenacia si spiega in larga misura con il fatto che i marò e le truppe aviotrasportate sono in buona parte originari dell’Ucraina occidentale). Forse sono proprio loro a rappresentare quell’“ultima speranza” di cui parlava Tenjuch.

È tuttavia lecito dubitare della loro efficienza in quanto unità “d’élite”. Molto tempo prima dell’inizio della crisi, i marò erano riusciti ad affondare due carri anfibi ucraini nel corso di una parata navale congiunta russo-ucraina. Le colonne di truppe aviotrasportate dirette verso la penisola di Crimea appaiono come una strana accozzaglia di carri armati, “Humvee” di seconda mano, una quantità incredibile di furgoni UAZ-452 (detti buchanka, “pagnotta”, per la loro forma e tabletka, “pillola”, perché venivano usati come ambulanze) e di autocarri sui quali sono stati montati cannoni antiaereo da 23 millimetri. In parole povere, ci troviamo di fronte s un’élite in versione risparmio.

Dunque questo esercito non ha le forze per spostarsi a sud con successo.

La situazione è aggravata dal fatto che l’esercito ucraino praticamente non possiede servizi logistici e retrovie. Il governo di Kiev ha constatato che mancano il carburante e le attrezzature militari più banali, e ha chiesto agli oligarchi locali di finanziare l’esercito. Per ora il problema del carburante è stato risolto con la requisizione di 60.000 tonnellate di combustibile dalla raffineria di Sergej Kurčenko, uomo d’affari molto vicino alla famiglia Janukovič, ma quella risorsa non è certo infinita. Poco prima il ministro della Difesa aveva annunciato una personale raccolta di fondi. Ancora prima la flotta ucraina aveva iniziato a raccogliere donazioni per l’acquisto di dieci megafoni e di filo spinato.

Ma la flotta ucraina praticamente non esiste più. L’unica seria unità di combattimento rimasta sotto il controllo del governo di Kiev e non bloccata nelle basi della Crimea è la fregata “Getman Sagajdačnyj”. La nave, che ha un dislocamento di 3000 tonnellate, non è dotata di missili anti-nave ed è equipaggiata di missili anti-aereo a breve raggio. Non rappresenta dunque una reale minaccia per la Flotta del Mar Nero.

La Russia, in base a una stima pubblicata dai media occidentali agli inizi di marzo, può contare su 150.000 soldati, 880 carri armati, 90 aerei e 120 elicotteri. Non stupisce dunque che l’ammiraglio Tenjuch, che ai tempi dell’Unione Sovietica è stato comandante di un dragamine (un’imbarcazione che ha un dislocamento non superiore alle 1000 tonnellate e opera a una distanza minima dal porto), si sia convertito all’assoluto pacifismo, nonostante avesse partecipato attivamente alla “rivoluzione arancione” e solo due settimane fa volesse cacciare gli “invasori” dalla Crimea. 

Le Forze armate ucraine sono un fantasma.

Link: http://www.regnum.ru/news/fd-abroad/polit/1776963.html

L’Ucraina: uno Stato che si sta sgretolando?

Moon of Alabama, 14 marzo 2014

Paul Vicker, docente universitario britannico che dice di vivere da più di due anni a Ivano-Frankivsk, città di circa 200.000 abitanti situata nell’Ucraina occidentale, scrive di una recente marcia organizzata dai fascisti del Settore Destro e si sofferma sulle reazioni della stampa locale.

Si ha l’impressione di trovarsi di fronte al dominio della piazza imposto da milizie contrapposte, a forti pressioni sui politici e sui funzionari e a minacce di “lustrazione” (l’allontanamento da cariche e impieghi pubblici di persone sospettate di collaborazione con l’ex regime). Ricordiamo come sono andate le cose in Iraq con la de-baathificazione, quando gli amministratori e gli addetti alla sicurezza furono tutti costretti a lasciare i loro incarichi.

Questo articolo afferma che oggi c’era inizialmente una cinquantina di uomini tutti appartenenti alle forze di autodifesa che bloccavano le strade; nel pomeriggio si è fatto vedere anche il Settore Destro, dapprima in piccoli gruppi, per la grande marcia che si è svolta attorno alle 16:00. Parlando con i giornalisti, le forze di autodifesa hanno dichiarato di non volere come capo della polizia un uomo che si rifiuta di sottoporsi alla lustrazione, cioè a un controllo dei propri trascorsi. Subito dopo, il nuovo capo dell’amministrazione regionale ha acconsentito a sottoporre a lustrazione tutti i funzionari dell’amministrazione e ha proibito agli ex membri del Partito delle Regioni di riprendere servizio. Un po’ dopo, il nuovo capo dell’amministrazione regionale ha scoperto che il suo ufficio era stato assediato (secondo questo articolo) dalle forze di autodifesa e da “imprenditori locali”, che insieme hanno avanzato una serie di richieste, tra cui la cancellazione di certe tasse sul patrimonio, vari tipi di certificazione per i veicoli a motore e adempimenti imposti alle imprese. Nel novembre del 2010 c’era stato il codidetto “Maidan delle tasse” in cui le piccole e medie imprese avevano protestato contro il nuovo codice fiscale: dunque questa protesta a Ivano-Frankivsk potrebbe situarsi quel contesto.

Le modalità con cui si cerca di imporre le proprie ragioni ricordano le situazioni post-rivoluzionarie, dove sono presenti in misura rilevante la violenza e il dominio della piazza. Ma la stampa locale ci mette il carico da undici, affermando allegramente che questi attivisti parlano “per conto della comunità cittadina”, rispecchiando così a livello locale la pretesa del Settore Destro di parlare “per conto del popolo ucraino”. Oggi, fuori del quartier generale della polizia ho incontrato una mia ex studentessa che stava rincasando dall’università. “Non parlano a nome nostro”, ha detto riferendosi al Settore Destro. Se pareva poco interessata dalla questione del capo della polizia, ha espresso grande preoccupazione per il funzionamento della democrazia in città. C’è un netto contrasto rispetto allo straordinario consiglio municipale svoltosi in piazza il 26 novembre 2013: quel giorno il consiglio, ancora perfettamente funzionante, aveva preso importanti decisioni e aveva votato pubblicamente, davanti a una rappresentanza della comunità locale. Oggi invece si osserva un vuoto crescente nelle strutture di potere locali, ed è diventato possibile pensare di imporre decisioni alla nuova amministrazione ricorrendo alla violenza o alle minacce (oggi le persone che hanno assediato l’ufficio del governatore hanno minacciato di bloccare le strade principali della regione se le loro richieste non verranno ascoltate).

Tutto ciò indica un’evoluzione pericolosa. Ci troviamo di fronte a uno Stato privo della volontà e della capacità (e presto anche delle risorse economiche) necessarie a gestire minoranze difficili da controllare. Quando (non se: quando) questo Stato si sgretolerà, l’Occidente potrà dirsi fortunato se la Russia prenderà sotto la propria responsabilità le regioni orientali.

Link: http://www.moonofalabama.org/2014/03/ukraine-a-state-falling-apart.html

L’Ucraina dovrebbe cedere la Crimea. Ma Putin non dovrebbe prenderla

di Christopher Westdal, The Globe and Mail, 10 marzo 2014

È oggi noto a tutti che nel 1954, producendo uno spostamento di confini apparentemente privo di conseguenze all’interno dell’Unione Sovietica, Nikita Chruščëv consegnò la Crimea alla Repubblica Socialista Ucraina.

Si insinua che avesse bevuto. Ne dubito. Rendendo la Crimea – penisola fondamentale per la sicurezza della Russia – parte dell’Ucraina, Chruščëv la trasformò in una sorta di uncino che doveva servire ad ancorare alla Russia tutto quel vasto territorio. Basti pensare quanto è lontana Lviv da Sebastopoli.

Sessant’anni dopo, ironicamente, più gli ucraini insistono sulla conservazione dell’integrità territoriale del loro Paese, compresa la Crimea che è decisamente poco ucraina, più la mossa di Chruščëv si rivela utile: quell’uncino è conficcato ancor più in profondità.

Io credo che gli ucraini dovrebbero ignorare tutti i pareri legali e prepararsi a rinunciare alla Crimea se necessario. Quella decisione cruciale, però, non sembra spetti all’Ucraina: verrà presa a Mosca, da Vladimir Putin, e sarà messa in atto nei prossimi giorni.

Se fossi russo e potessi consigliare Putin, gli direi che tagliar fuori l’Ucraina amputando la Crimea non servirebbe agli interessi russi, neanche se i metodi russi continuassero a essere straordinariamente incruenti come è stato finora: neanche se si evitasse di sparare un solo colpo, neanche se si riuscisse a risparmiare un bagno di sangue tra fratelli slavi, neanche se si trattasse di un’amputazione chirurgica. Neanche così.

Certo, la Crimea tornerebbe a far parte della Russia, ma l’uncino e l’ancora non esisterebbero più. Il territorio ucraino restante, per quanto ancora dipendente dalla Russia, diverrebbe però più ostile: una nuova Georgia, una nuova e più grande spina slava nel fianco. Almeno per un po’ si tornerebbe alla guerra fredda con i suoi pesantissimi costi. Gli irritabili europei potrebbero irrigidirsi e aumentare le spese per la difesa militare. La Polonia e gli Stati baltici farebbero pressione sugli Stati Uniti perché intensifichino la presenza della NATO. La Germania, nuovamente ringalluzzita, riprenderebbe coraggio. La Cina sarebbe geostrategicamente rincuorata dalla nuova frattura tra Est e Ovest.

Fatta eccezione per la base di Sebastopoli, sede della Flotta del Mar Nero protetta da un contratto d’affitto, la Crimea potrebbe rivelarsi un dono avvelenato. Più o meno il sessanta per cento della sua popolazione ama la Madre Russia, ma il quaranta per cento no. In quel quaranta per cento ci sono i tatari, che come ricorderete furono perseguitati ed espulsi da Stalin. Inoltre costerebbe una fortuna mantenere la povera e arida penisola che fino a oggi è dipesa dall’Ucraina per le forniture idriche ed energetiche e le comunicazioni.

Perché invece, chiederei al presidente, non mantenere il controllo incontestato e la Base della flotta lasciando che Kiev conservi la Crimea ufficialmente e solo nominalmente? Perché non fare della Crimea un cronico mal di pancia per un vicino debole? Tra gli altri vantaggi, verrebbe rispettato il memorandum di Budapest con cui la Russia (con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) si impegnava a rispettare la sicurezza, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della sua rinuncia all’arsenale nucleare. Inoltre si eviterebbe di creare problematici precedenti di secessione e nuovi confini in regioni instabili.

Pare che oggi Putin non stia seguendo questa strada. Al contrario, sembra che in maniera molto elaborata ci si stia preparando, a Simferopoli e a Mosca, all’annessione della Crimea. Il Cremlino sta consolidando il proprio controllo sul territorio. I rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’OSCE sono stati respinti alla frontiera. Il Parlamento della Crimea ha votato l’ingresso nella Federazione Russa. La prossima settimana un referendum confermerà la rottura. A Mosca, la Duma ha già steso il tappeto rosso. I tatari russi sono stati mandati in Crimea per assicurare ai loro fratelli che saranno accolti calorosamente nella Federazione. Putin si muove velocemente, e non perde un colpo.

Eppure non sono convinto che la decisione sia irrevocabile. Il fatto che ci si stia preparando all’annessione non significa che avverrà. Non sarebbe il primo caso di cancellazione di un referendum all’ultimo istante. Non sarebbe la prima volta che la legislazione della Duma viene ignorata. Gli eventi in Crimea e nella regione sono stati accuratamente e magistralmente messi in scena, con una coreografia degna di Soči, testi di Orwell e colpi di scena perfettamente orchestrati. Il presidente può ancora cambiare idea, cosa che sa fare benissimo, e mantenere la promessa data solo pochi giorni fa quando ha detto che l’Ucraina sarebbe rimasta intatta. Solo lui lo sa. Ma noi lo scopriremo presto.

Se invece fossi ucraino e potessi consigliare il presidente Jacenjuk, penso che gli direi che il paese se la caverebbe meglio senza la Crimea, senza i suoi problemi e senza quel gancio che lega l’Ucraina alla Russia. Senza la Crimea, l’Ucraina confinerebbe ancora con la Russia, naturalmente, e dovrebbe continuare a tenersi alla larga dalla NATO per impedire a Mosca di usare la sua collaudata capacità di destabilizzare le regioni orientali e trasformare in un inferno la vita politica ed economica del paese. Senza la Crimea, però, gli ucraini sarebbero liberi di trovare la loro strada, di essere più padroni del loro destino, di trovare un modus vivendi con i paesi vicini e di condurre finalmente una vita migliore.

L’Occidente si straccerebbe le vesti per il precedente e per la santità del diritto internazionale, naturalmente, ma Kiev non dovrebbe farsi intimidire da questa ipocrisia. I paragoni con i Sudeti sono una sciocchezza. La recente evocazione di Adolf Hitler è superficiali, pigra, inappropriata e profondamente offensiva non solo nei confronti di Vladimir Putin e del popolo russo, il cui eroico sacrificio sconfisse l’esercito tedesco, ma anche nei confronti dell’intelligenza, della storia e della memoria delle vittime del nazismo.

E però pare che neanche Kiev intenda seguire il mio consiglio. Le nuove autorità, malconce ma orgogliose, non intendono concedere al Cremlino un solo centimetro quadrato di territorio. Godono dell’appoggio dell’Occidente. L’appetito vien mangiando, e l’Occidente pensa che Mosca vorrà di più, come le regioni orientali di Donbas o Charkiv, e via dicendo. Capisco questo sentimento, ma non sono affatto sicuro che faccia il bene degli ucraini. Putin sa che l’amputazione dei territori orientali provocherebbe un bagno di sangue e non vuole passare alla storia per questo. Ha chiarito che potrebbe farlo se lo volesse. Ma non lo farà. L’ultima cosa di cui la Russia ha bisogno è una guerra civile slava.

Nel frattempo la Rada di Kiev ha avventatamente riaperto la prospettiva dell’adesione alla NATO e non la chiuderà prima della mossa di Putin in Crimea. In ogni caso l’ingresso nella NATO va escluso. Se Kiev non lo farà, ci penserà Bruxelles. Come ha scritto venerdì scorso Henry Kissinger sul “Washington Post”, una qualche forma di neutralità ucraina, magari come quella della Finlandia durante la guerra fredda, sarà fondamentale per l’uscita dalla crisi.

Avrete notato che non consiglio a nessuna delle due parti di prendersi la Crimea. Suggerirei a Putin di lasciarla dov’è e a Jacenjuk di prepararsi a cederla alla Russia. Sono scelte difficili, e le circostanze sono piene di insidie, mutevoli e pericolose. E decisamente troppo complesse per me, uno straniero che vive in un paese lontano.

Link: http://www.theglobeandmail.com/globe-debate/ukraine-should-let-crimea-go-but-putin-shouldnt-take-it/article17391986/